Più che di... transizione, questo sembra essere l’album definitivo da parte di Corrado Sardella, in arte Doracor. Dopo alcuni (ottimi) album serviti per crescere come compositore e arrangiatore, ma anche per crearsi un nome nell’ambito del progressive e per radunare attorno a sé un numero di musicisti, ecco arrivare quello che, se qualcuno non vuole parlare di capolavoro, secondo me rappresenta il top di quanto  Corrado voleva raggiungere quando si è lanciato con le sue prime composizioni su demo-tapes che faceva ascoltare agli amici. Una summa progressiva, ove si passa da sonorità e ritmiche quasi new Prog, a sinfonismi barocchi e pomposi che potrebbero trovar posto in un album di  Pär Lindh, a momenti più variegati in cui violino e flauto creano degli inserti che, come dei jolly, ci meravigliano col loro apparire. Certi momenti, non solo quelli più cupi, ci portano alla mente anche il Balletto di  Bronzo. Il gruppo di musicisti che Doracor si è creato alle spalle appare ben guidato ed offre il prioprio contributo egregiamente; l’unico appunto che mi sento di fare riguarda la registrazione della batteria, troppo secca. Pochi appunti invece da muovere nei confronti della musica, propostaci sotto forma di due suite (la prima di quasi 27’, la seconda poco meno di 18’) e una composizione più breve. Essa si presenta come detto variegata al punto giusto, ma senza mai perdere di vista né il senso della melodia, né il nesso logico tra una parte e l’altra, pur conservando una certa complessità ed articolazione dei temi musicali. Un album in definitiva che solleticherà (molto) piacevolmente le papille gustative di coloro per cui il Progressive  è essenzialmente sinfonico, senza tuttavia lasciare in bocca troppo sapore dolciastro causato da un errato uso di tastiere ed atmosfere magniloquenti; pur giocando senz’altro sopra le righe, la dosatura degli ingredienti appare sicuramente giusta!

Alberto Nucci