Valorizzato da una copertina a dir poco meravigliosa, il disco di esordio del tastierista romano  Doracor interpreta con scrupolosa eleganza le più ardite evoluzioni del pop barocco degli anni settanta, alternando momenti di fatato romanticismo con audaci saggi di perizia strumentale. Il filo rosso che lega questi suoni allo stile degli Yes, delle Orme  e via dicendo, appare evidente, anche se il merito fondamentale dell'eccentrico musicista non è tanto quello di saper creare atmosfere di indubbia forza evocativa, quanto l'abilità di gestire, in perfetta solitudine, una polimorfica massa sonora, con il solo aiuto di una tastiera che riproduce alla perfezione i suoni dei vari strumenti. Certo, si potrebbe obiettare che le percussioni si fanno sorde attraverso i gelidi fili del campionatore, ma non si può d'altra parte sottovalutare l'incisività dei tempi dispari e, più in generale, la capacità di mantenere desto lo spirito creativo, attraverso l'intero svolgersi di un pur corposo disco strumentale.

Fabio Massimo Arati